Il PIL misura la qualità della vita? (2 – la felicità di Layard – in dettaglio: la Felicità Interna Lorda)

Articolo precedente: Il PIL misura la qualità della vita? (1 -il paradosso di Easterlin)

Negli ultimi trent’anni gli psicologi hanno cominciato a misurare l’infelicità delle persone per capirne le cause. Inoltre con le conquiste della neuropsicologia  gli scienziati hanno identificato le regioni del cervello che vengono attivate quando una persona è più o meno felice. Questo è un risultato importante, in particolar modo per gli economisti, in quanto è possibile confrontare la felicità di una persona con un’altra. Si può perciò incominciare a parlare in modo obiettivo di felicità e pertanto si deve fare attenzione a quanto le persone ci dicono. A tal riguardo è interessante confrontare le risposte, date oggi e cinquanta anni fa, alla domanda: Quanto sei felice? Facendo tale confronto si vede che per il mondo sviluppato non è aumentata la percentuale di felicità, inoltre non si hanno dati su una diminuzione della depressione ed ansia cronica, ed ancora è aumentato il tasso di criminalità che è certamente un indicatore di malcontento.

Richard Layard, autore di ‘Happiness: Lessons from a New Science’

Richard Layard vuole approfondire le cause reali della felicità ed eventuali politiche pubbliche per favorirle. Partendo dai suoi numerosi studi sulla disoccupazione e sulle disuguaglianze inizia l’analisi parlando di nazioni. Richard Layard, autore di ‘Happiness: Lessons from a New Science’

Quando si parla di paesi del cosiddetto terzo mondo si vede che in questi paesi c’è il doppio di scontenti rispetto al primo e che con l’aumentare della ricchezza diminuisce il numero degli scontenti. Nel primo mondo invece all’aumentare della ricchezza non corrisponde un aumento della felicità. Passa poi a prendere in considerazione le persone e nota che in ogni paese i ricchi sono più felici dei poveri e che nei paesi poveri l’effetto è ancora superiore, circa tre volte. Per quale motivo, –si chiede Layard– un aumento collettivo della ricchezza non provoca un generale aumento della felicità? Secondo Layard è perché le persone confrontano il proprio reddito con quello degli altri. E se io divento più ricco, mentre gli altri rimangono nello stesso livello allora io sono più felice. Ma se tutti diventano più ricchi allora non si fa altro che aumentare le aspettative di ognuno. Riprendendo una vignetta del suo libro sulla felicità: «Dicesi ricco l’uomo che, all’anno, guadagna 100 dollari in più del marito della sorella di sua moglie»

Secondo Layard il reddito nazionale aggregato non ha un effetto così rilevante sulla felicità delle persone, a meno che non si sia in recessione ed allora è necessario avere un po’ di crescita economica per tornare alla piena occupazione.Se poi si passa al reddito individuale, questo, anche se non è il fattore più determinante per la felicità, è tuttavia importante. Le ricerche hanno infatti verificato che il valore del denaro è, per le persone, proporzionale al suo reddito.

Layard passa poi a considerare i tre elementi (famiglia, lavoro e comunità) che, secondo lui sono i fattori più importanti per la felicità e che, invece, la nostra società tende a sacrificare in nome della crescita economica. Premette tuttavia la constatazione che, per la prima volta nella storia, i paesi del primo mondo hanno, verso gli anni ‘50 o ‘60 del secolo scorso, risolto il problema della povertà materiale. Se si vuole andare avanti si devono però risolvere altri fattori negativi che influenzano la felicità.

La famiglia, i rapporti familiari, che per lui restano il fattore principale per spiegare le differenze tra le persone in termini di felicità, sono in declino nella maggior parte dei paesi sviluppati. La gente è sempre meno soddisfatta del proprio matrimonio. Cala anche la soddisfazione per il proprio lavoro ed aumentano anche nei luoghi di lavoro, livelli di stress. Inoltre nelle nostre comunità registriamo una crescita della criminalità.

Riprendendo le tre questioni precedenti in ordine inverso comunità, lavoro, famiglia, Layard ritiene che un buon indice della funzionalità di una comunità è come le persone rispondono alla domanda se ci si possa fidare degli altri. Rispondono in modo molto positivo i paesi Scandinavi, l’Olanda e la Svizzera. Questa risposta concorda peraltro, in modo elevato, con i risultati di un esperimento compiuto in varie città e che consisteva nell’abbandonare un portafoglio con indirizzo. A Stoccolma sono stati tutti restituiti.

Negli USA ed in Gran Bretagna si è constatato che la risposta affermativa, sempre alla stessa domanda, si è dimezzata negli ultimi quarantanni.

Un altro esperimento è stato svolto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, questa organizzazione ha svolto un sondaggio tra ragazzi tra gli 11 ed i 15 anni chiedendo se i loro compagni di classe fossero gentili e disponibili. La risposta è stata affermativa per il 70% nei Paesi Scandinavi, per il 35% in Italia ed in fondo alla lista ci sono USA, Gran Bretagna e Russia. Questa perdita di fiducia è più grande nei paesi più individualisti e, secondo Layard, ciò è dovuto all’influenza della cultura degli Stati Uniti che arriva attraverso la televisione, le multinazionali e le società di consulenza, ossia il modello di business americano starebbe rovinando la nostra vita in Europa.

Passando al lavoro, Layard ritiene che il modello di business americano, basandosi sulle teorie dominanti nelle business school, parte dal presupposto che le persone sono egoiste. Conseguentemente la vita nelle aziende viene organizzata sulla base di tale caratteristica motivando i dipendenti ad approfittare dei loro interessi egoistici.

Ma secondo Layard tale approccio non sempre funziona e riporta l’esempio di quanto avvenuto in una scuola d’Israele: in questa scuola i genitori arrivavano con un po’ di ritardo a ritirare i figli a scuola, la direzione pensò allora di porre una piccola multa per il ritardo. Il risultato, inaspettato, fu che i ritardi aumentarono, i genitori, pagando la piccola multa, si sentivano moralmente in regola con gli insegnanti. Per Layard, quando il richiamo alle motivazioni egoistiche funziona si arriva all’individualismo la cui essenza si basa proprio sul successo personale a scapito degli altri.

Poiché però il numero di persone che ha successo a livello di comunità non può essere infinito si ottiene che la maggioranza si ponga su un piano di infelicità.

Layard pensa allora che la soluzione per ottenere un buon ambiente di lavoro, ossia una buona comunità, sia quello di passare da incentivi, che avendo la caratteristica di essere una serie di somme che non possono crescere all’infinito, ad incentivi che abbiano come risultato una somma positiva. Propone quindi che, invece della competizione, si introduca la collaborazione come motivazione fondamentale. Con questo non si intende dire che non ci sia competizione tra imprese, che ovviamente funzionano meglio se c’è una giusta concorrenza, ma che la competizione tra persone all’interno della stessa organizzazione produttiva non è il miglior modo di aumentare la produttività e, soprattutto, non è il modo migliore per produrre una vita soddisfacente sul posto di lavoro.

Layard si chiede inoltre se si deve pensare che la concorrenza equivalga a dire che bisogna lavorare di più per riuscire ad essere competitivi. Egli pensa che ciò sia una sciocchezza dal punto di vista economico. Infatti per essere competitivi il livello dei salari deve essere proporzionato alla produttività, non è necessario essere super-produttivi perché avendo un tasso produttivo più alto si avrebbero stipendi più alti e si tornerebbe al livello competitivo di prima.

Sulla famiglia osserva che, lavorando ormai tanto l’uomo che la donna, continuare a dire che bisogna lavorare di più è una sciocchezza che renderebbe impossibile una sana vita familiare. Fanno bene pertanto gli europei a non rinunciare alle vacanze o a non lavorare cinquanta ore a settimana o addirittura sessanta o settanta come si fa a Manhattan. Si tratta di preservare un giusto equilibrio tra vita personale e lavoro.

A questo punto ci si chiede quale debba essere il ruolo dei governi. Questi ovviamente non possono rendere le persone più felici o più produttive con un decreto, però possono, e secondo Layard dovrebbero intervenire sull’insegnamento dei valori nelle scuole evidenziando ciò che funziona da ciò che non funziona. Ai ragazzi andrebbe insegnato, anzi inculcato, che è importante la felicità di ognuno.

Altro compito dei governi dovrebbe essere quello di fornire sostegno ai genitori aiutandoli con veri e propri corsi di formazione a partire dalla nascita dei figli. Inoltre dovrebbe offrire servizi di aiuto e consulenza ad adulti che soffrono di depressione ed ansia. Nei nostri paesi le persone meno felici sono infatti non i poveri, ma quelli che soffrono disturbi mentali cronici. Secondo Layard in Gran Bretagna il fenomeno può arrivare ad interessare una persona su sei e quindi una famiglia su tre. La questione generale è come cambiare il modo di operare della politica pubblica per dare maggior risalto alla felicità delle persone meno felici.

In futuro si dovrà arrivare a parlare di Unità di Felicità. Si dovrà arrivare all’accettazione sociale del fatto che tutti siamo chiamati a promuovere la felicità di ognuno, la felicità del mondo e non dar libero sfogo alla nostra ambizione per salire sempre più in alto.

Si deve superare il tipico comportamento esemplificato in un fumetto presente nel libro di Layard. Un uomo sta di fronte al suo capo e dice: «O.K., se non può dare a me un aumento, sicuramente può ridurre lo stipendio di Parkerson!».

  • In dettaglio: Gross National Happiness (GNH)

Il FIL, felicità interna lorda, in inglese GNH, gross national happiness, mira a definire uno standard di vita sullo schema del prodotto interno lordo.

Jigme Khesar Namgyel Wangchuck, Re del Bhutan

Esempio basilare del tentativo di misurare il proprio FIL è stato stabilito dal Buthan, piccolo stato situato nelle catene montuose dell’Asia. Jigme Khesar Namgyel Wangchuck, Re del BhutanFin dai primi anni settanta il giovane re appena insediatosi sul trono intraprende in merito una ricerca che porterà alla precoce adozione di un nuovo indicatore per misurare il benessere della popolazione. I parametri in esso considerati sono: ricchezza dei rapporti sociali, istruzione, qualità dell’aria, salute dei cittadini. Benché occupi uno dei primi posti tra le più povere nazioni dell’Asia, con un PIL pro capite di appena 2088 dollari, questo paese risulta essere la nazione più felice di tutto il suo continente, ed ottava in assoluto nella tabella mondiale.

Gli artefici del FIL non puntano ad una regressione, o piuttosto non desiderano procedere da anti-tecnologici o da anti-materialisti, ma il loro programma mira a fomentare l’educazione, la salvaguardia dell’ecosistema e a sostenere lo sviluppo delle varie comunità locali. Il singolo stato dovrà sì considerare il suo PIL, ma dovrà pure tendere al benessere della popolazione, quindi dovrà servirsi, seppure non in modo così assoluto, dell’indicatore di felicità interna lorda; poiché, vediamo, nella sfera del benessere dei cittadini perfino un piccolo povero paese può risultare uno dei migliori del globo.

Riportiamo qui le parole di un tenace sostenitore del FIL, il Dalai Lama:  «Come buddhista, sono convinto che il fine della nostra vita è quello di superare la sofferenza e di raggiungere la felicità. Per felicità però non intendo solamente il piacere effimero che deriva esclusivamente dai piaceri materiali. Penso ad una felicità duratura che si raggiunge da una completa trasformazione della mente e che può essere ottenuta coltivando la compassione, la pazienza e la saggezza. Allo stesso tempo, a livello nazionale e mondiale abbiamo bisogno di un sistema economico che ci aiuti a perseguire la vera felicità. Il fine dello sviluppo economico dovrebbe essere quello di facilitare e di non ostacolare il raggiungimento della felicità

Si usa poi anche il Genuine Progress Indicator, vale a dire l’indicatore del progresso autentico -sovente tradotto pure come ‘indice di progresso effettivo’ o ‘indicatore del vero/reale progresso’-, concetto, nell’economia verde e in quella di assistenza sociale, che tenta concretamente di misurare il benessere in modo oggettivo.

Il FIL nonostante condivida con il suddetto GPI la convinzione che il benessere sia il più rilevante dei consumi, si basa piuttosto su delle stime soggettive dei valori etici. In sostanza è quindi relativo, soggetto ai criteri di chiunque sia in situazione di delimitare una tabella di riferimento (spesso i governi), in accordo con i propri fini. Il proprio Bhutan ad esempio ha espulso 100.000 cittadini circa di origine nepalese considerandoli dei non veri bhutanesi. A quanto rilevato dal governo, tale azione, incidendo negativamente sul PIL, non avrebbe comportato invece che effetti positivi sul FIL.

Per concludere, vogliamo segnalare che indicatori di progresso economico alternativi sostenuti da numerose ONG sono variamente adoperati da alcuni governi europei a canadesi.

Per approfondire la critica del PIL, continua leggendo: Il PIL misura la qualità della vita? (3 -la capacità di Amartya Sen – in dettaglio: Indice di Sviluppo Umano)

Annunci

2 pensieri su “Il PIL misura la qualità della vita? (2 – la felicità di Layard – in dettaglio: la Felicità Interna Lorda)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...